Viviamo sempre un po’ nel futuro
Aspettiamo una risposta. Una telefonata. Una vacanza. Un incontro. Un risultato medico. Una persona che deve tornare. L’attesa può durare pochi minuti oppure mesi, ma possiede una caratteristica particolare: qualcosa che non è ancora accaduto comincia già a modificare il nostro presente.
A volte l’attesa è piacevole, come preparare un viaggio può essere quasi emozionante quanto partire; altre volte diventa estenuante: controlliamo continuamente il telefono, immaginiamo scenari, cerchiamo segnali.
Per il cervello aspettare non significa restare fermo, significa prevedere.
Il cervello è una macchina di anticipazione
Una parte importante della nostra attività cerebrale è dedicata alla costruzione di previsioni.
Il sistema dopaminergico non risponde soltanto alla ricompensa ottenuta: è fortemente coinvolto anche nell’anticipazione e nell’apprendimento legato alla possibilità che qualcosa accada. È per questo che il “forse” può essere così potente.
L’incertezza mantiene aperti molti scenari contemporaneamente. La corteccia prefrontale cerca di interpretarli, mentre i circuiti emotivi valutano continuamente possibilità favorevoli e minacciose. Quando possiamo agire, l’anticipazione prepara il comportamento, quando, invece, non abbiamo alcun controllo lo stesso meccanismo può trasformarsi in ruminazione.
Il problema, quindi, non è aspettare, è vivere interamente dentro ciò che ancora non esiste.
Adler e l’essere umano proiettato in avanti
Per Adler l’essere umano non è determinato soltanto dal proprio passato: è orientato verso mete. Interpretiamo ciò che ci accade anche sulla base di ciò verso cui pensiamo di stare andando. Siamo, in questo senso, profondamente futuri.
Una meta, però, può sia orientare che imprigionare:
- “Quando avrò quel lavoro starò bene”;
- “Quando mi risponderà saprò quanto valgo”;
- “Quando finalmente cambierà questa situazione potrò cominciare a vivere”.
Il futuro smette allora di essere direzione e diventa condizione necessaria per autorizzarsi al presente.
Imparare ad aspettare senza sospendersi
Quando qualcosa di importante deve ancora accadere, può essere utile distinguere tre aree:
- Ciò che posso fare oggi;
- Ciò che non dipende da me;
- Ciò che sto immaginando senza poterlo sapere.
Separare questi piani non elimina l’incertezza, ma impedisce che essa occupi l’intero campo mentale.
Possiamo inoltre chiederci: Che cosa sto rimandando mentre aspetto?. È una domanda semplice ma potente perché talvolta scopriamo che non stiamo aspettando soltanto un evento ma, estremizzando, il permesso di vivere.
Conclusione
L’attesa è uno dei luoghi psicologici in cui il tempo diventa più evidente, ci mostra quanto siamo capaci di immaginare, desiderare e progettare ma anche quanto facilmente possiamo consegnare il presente a un futuro ancora inesistente.
La maturità non consiste nel non aspettare nulla, consiste, forse, nell’imparare a desiderare ciò che verrà senza abbandonare ciò che c’è.








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